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venerdì 18 settembre 2009

Cd Sony con il virus: consumatore vince 1200 euro di danni


Torna alla ribalta uno degli scandali piu’ infami nella battaglia delle multinazionali discografiche contro le copie non autorizzate.
Un tribunale distrettuale di Hamburg-Wandsbek in Germania ha condannato infatti il rivenditore di un Cd della Sony Bmg, che nascondeva un sistema anti copia capace di autoinstallarsi come un virus sui computer degli utenti, a pagare 1200 euro di danni a uno dei consumatori che l’aveva acquistato.La sentenza e’ solo l’ultimo capitolo in una vicenda che risale addirittura al 2005, quando la Sony Bmg, nel disperato tentativo di arginare il declino nelle vendite dei Cd, decise di blindare con uno speciale sistema anti duplicazione una cinquantina di nuovi album.Questo, da un punta di vista tecnico, era un obiettivo tutt’altro che facile da raggiungere, perche’ il formato del Cd Audio non prevede alcuna forma di protezione della musica registrata (al contrario ad esempio dello standard del Dvd, che invece ha incorporato fin dall’inizio vari sistemi anticopia, anche se sono stati tutti “bucati” con la massima velocita’ e facilita’ dai pirati).Incapaci di comprendere la futilita’ della loro battaglia, i manager del colosso discografico decisero quindi un’escalation unilaterale, imbottendo quei Cd con un programma capace di rilevare quando il disco veniva fatto suonare su un Pc, e far partire in automatico l’installazione delle componenti anti copia.Queste includevano un rootkit (il famigerato Extended Copy Protection o XCP), ovvero un software che si annida nelle viscere piu’ profonde del computer, in modo completamente invisibile al sistema operativo (e quindi al suo stesso proprietario), che a sua volta permetteva ad altri componenti di bloccare il funzionamento di vari software per rippare e masterizzare Cd.Beh, ti puoi immaginare il risultato… Nel giro di poche settimane il comportamento anomalo dei Cd Sony Bmg viene analizzato e descritto in dettaglio da un esperto di sicurezza informatica, Mark Russinovich. L’azienda inizialmente si rifiuta di commentare. Ma la scoperta che una multinazionale dello spettacolo ha scelto di “infettare” i computer dei suoi clienti, usando esattamente le stesse procedure dei vandali e dei criminali che distribuiscono virus, non e’ qualcosa che si puo’ mettere a tacere.Non solo l’operazione di rivela un disastro colossale in termini di pubbliche relazioni, la Sony Bmg finisce anche nel mirino delle autorita’ giudiziarie ed e’ costretta a ritirare dal mercato milioni di Cd invenduti. L’azienda e’ chiamata alla sbarra del tribunale in California, New York e Texas. In Italia viene denunciata dall’Alcei alla Guardia di Finanza. Una causa intentata negli Usa dalla Federal Trade Commission porta nel 2007 ad un patteggiamento, in cui la Sony si impegna a sostituire tutti i Cd con il meccanismo anti copia e pagare fino a 150 dollari di spese ad ogni cliente infettato.In questo contesto, il caso tedesco e’ interessante perche’ la parte lesa aveva scelto di far causa non alla Sony Bmg ma al rivenditore del Cd. Il giudice ha motivato la sentenza sostenendo che, mentre non e’ realistico aspettarsi che un dettagliante di Cd possa testare tutti i prodotti che vende per scoprire eventuali problemi con i sistemi anti copia, in questo caso specifico e’ ragionevole pensare che il rivenditore fosse a conoscenza dello scandalo e che quindi fosse consapevole di stare vendendo un prodotto difettoso.Ergo, l’ordine di risarcimento dei danni, che includono una trentina di ore di lavoro per ripulire il network locale infestato dal rootkit, il costo della consulenza di un tecnico specializzato, perdita di reddito da lavoro autonomo e certe spese legali.

Propaganda pro copyright: i pirati si sbellicano dalle risate


Second Life, sesso contraffatto e guadagno originale



Linden Lab chiamata in causa per violazione di copyright. Avrebbe agevolato e tratto profitto dalle contraffazione di beni virtuali con marchi registrati


Alcuni metaimprenditori di Second Life hanno fatto causa a Linden Lab, perché permetterebbe ad altri giocatori di vendere imitazioni dei loro prodotti registrati: tra gli altriorgani sessuali, posizioni erotiche e abiti firmati.
Il noto Kevin Alderman, aka 
Stroker Serpentine, famoso per la creazione dell'Amsterdam virtuale, antesignano del sesso nel mondo di Second Life e già noto per i guadagni ottenuti dai suoi prodotti piccanti e dalle cause intentate per proteggerne la proprietà intellettuale, ora punta direttamente a rifarsi sugli sviluppatori del metamondo rei di facilitare e trarre profitto dalla pirateria di tali prodotti di intrattenimento. A lui si è unito Shannon Grei, akaMunchflower Zaius, che vende vestiti sviluppati e disegnati appositamente.
D'altronde, secondo Alderman, la linea SexGen da lui sviluppata sarebbe fra le più popolari in Second Life (avrebbe generato finora quasi un milione di dollari reali), aumentando così il valore del suo 
marchio registrato. Così come il materiale di Grei "Nomine Araigne Set". E per questo sarebbero al centro del mirino dei contraffattori.

a questione ora diventa una vertenza giudizaria, e i due querelanti stanno provando ad avviare una class action dal momento che ritengono che altri abbiano subito gli effetti di questo tipo di "pirateria" online. D'altronde una volta consolidata la natura economica dei mondi virtuali, non si tratta più di valutare l'effettività delle leggi del mondo reale nei metamondi, ma unicamente la effettiva violazione delle stesse leggi. In questo caso ci si troverebbe di fronte a un infrazione della proprietà intellettuale (commercio di beni contraffatti).
Ulteriore questione è dimostrare la presunta responsabilità di Linden Lab e l'eventualità che ne abbia tratto vantaggio. Secondo l'accusa infatti gli sviluppatori avrebbero contribuito all'infrazione di altri supervisionando la contraffazione e avrebbero guadagnato dalla
gestione del mercato utilizzato per vendere i prodotti virtuali taroccati(XStreetSL.com), in particolare dallo spazio atto alla vendita e gestendo le operazioni di scambio della valuta ufficiale (da Linden dollar a dollari veri) con un commissione del 3,5 per cento. Inoltre non provvederebbero al bando dei pirati, come fanno invece per chi è trovato ad usare programmi di parti terze che copiano modalità del gioco stesso. Tale comportamento condiscendente e direttamente profittevole di Linden Lab lo porrebbe, secondo i querelanti che agiscono in territorio statunitense, fuori dalla previsioni del DMCA a difesa dei fornitori di servizio.




iTunes moltiplica i diritti?



I fonografici chiedono un compenso per i brani contenuti in show TV da scaricare e per le anteprime di 30 secondi. Digital Media risponde: il download non è una trasmissione


 ASCAP e BMI tornano all'attacco. Questa volta, però, nel mirino delle associazioni che riuniscono autori ed editori statunitensi ci sarebbero oltre ai file musicali e ai video, anche le anteprime di 30 secondi disponibili sui music store come iTunes.
Secondo 
Rick Carnes, dell'associazione di autori Songwriters Guild of America, la gente pensa che si guadagni una fortuna dal Web ma, in realtà, gli autori otterrebbero solo 9 centesimi di dollaro dalla vendita di un brano in Rete. Da qui la decisione di cercare altre strade, oltre a quelle già proposte per racimolare soldi: secondo il CEO di Universal Music Publishing Group le anteprime e la radio disponibili su iTunes sono entrambi servizi per cui le etichette dovrebbero essere remunerate.
Altra associazione scesa in campo è la 
National Music Publishers Association che, tramite il suo CEO David Israelite, ha posto l'accento sul fatto che mentre per uno show televisivo trasmesso via satellite o via cavo i produttori guadagnano una cosiddetta performance fee, se lo stesso show è scaricato da iTunes non si otterrebbe lo stesso compenso. "La legge - ha continuato Israelite - deve essere reimpostata in modo che qualunque sia il mezzo utilizzato per guardare uno spettacolo, i produttori ottengano un pagamento dei diritti detenuti".

La questione, dunque, verterebbe proprio su questo punto: negli States, quando un brano viene riprodotto nei luoghi pubblici o alla radio, si ottiene un compenso in cambio della trasmissione. I produttori vogliono estendere questa performance fee anche ai brani contenuti in programmi TV scaricati via iTunes, oltre che alle tracce musicali.
I produttori e gli editori statunitensi, però, devono vedersela con le associazioni che rappresentano e tutelano i servizi che offrono musica sul Web. Una di queste è 
Digital Media Association, guidata da Jonathan Potter. Secondo Potter gli editori ottengono già un compenso per i brani inseriti in uno show televisivo o in un film e, quando ci si procura lo stesso prodotto online, non avrebbero diritto ad alcun compenso per la trasmissione perché il download non si può considerare tale.La questione, dunque, verterebbe proprio su questo punto: negli States, quando un brano viene riprodotto nei luoghi pubblici o alla radio, si ottiene un compenso in cambio della trasmissione. I produttori vogliono estendere questa performance fee anche ai brani contenuti in programmi TV scaricati via iTunes, oltre che alle tracce musicali.

I produttori e gli editori statunitensi, però, devono vedersela con le associazioni che rappresentano e tutelano i servizi che offrono musica sul Web. Una di queste è Digital Media Association, guidata da Jonathan Potter. Secondo Potter gli editori ottengono già un compenso per i brani inseriti in uno show televisivo o in un film e, quando ci si procura lo stesso prodotto online, non avrebbero diritto ad alcun compenso per la trasmissione perché il download non si può considerare tale.



La Baia dei Pirati - Luca Neri

Oggi ho acquistato un nuovo libro intitolato la baia dei pirati di luca neri, l'ho appena iniziato e non sembra male,
l'autore tratta argomenti riguardo all' "assalto al copyright" come lo chiama lui, infatti il libro è basato su un inchiesta per raccontare questa nuova modalità di pensiero basata sul download di file illegalmente, che recano dei danni all'autore..........Io lo consiglio a tutti voi Pirati e specialmente a quelli sono al'inizio della propia carriera da downloaders, in modo che vi possiate fare un idea dei rischi, dei lati negativi e positivi che si creano seguendo questo pensiero, ognuno è libero finche non viola le libertà altrui (definizione da rivedere).


Comunque sia io Posto una piccola recensione in modo che possiate farvi un idea più precisa del Libro.

Scaricare senza pagare - musica, film, software, videogame, libri - è l'attività più popolare in rete. Nonostante leggi sempre più severe, la violazione del copyright è ormai dilagante. Spaziando fra Stati Uniti, Italia e Svezia, questa inchiesta racconta l'emergere di una nuova modalità di pensiero, che inneggia al saccheggio della proprietà intellettuale come atto di disubbidienza civile. Fa parlare le moltitudini di pirati. Documenta le ragioni tecniche, sociali e politiche, e gli interessi, che impediscono la repressione di un fenomeno tanto eversivo. Spiega perché i principi su cui si basa il copyright siano ormai obsoleti, anzi dannosi, incompatibili con il fiorire della libera comunicazione elettronica.
Ed infine vi lascio anche il link al sito per acquistarlo(necessaria registrazione) il costo è di 12,00 €

Hoepli.it - La Baia dei Pirati - Luca Neri

giovedì 17 settembre 2009

LimeWire e Facebook: separati in casa

Il programma di P2P più usato era stato tentato dalla conquista del social network più popolare. Tentativo respinto al mittente. Forse se ne riparlerà in un futuro neppure tanto prossimo
Ci avevano provato, quelli di LimeWire, a seguire le orme di The Pirate Bay integrando la possibilità per gli utenti di condividere i file torrent sul social network Facebook. Ma anche in questo caso il risultato è stato un netto quanto prevedibile diniego da parte del portale di "amici" più chiacchierato, che in quanto a condivisione preferisce le foto (e i dati) degli utenti piuttosto che qualche compromettente bit di contenuti "non autorizzati" dai proprietari del copyright.
L'opzione "share on Facebook" era stata accolta molto positivamente dagli utenti di LimeWire, ma non altrettanto entusiasta era stata la reazione del management del social network: che si era subito fatto sentire richiedendo modifiche alla caratteristica così come era stata integrata nel software di P2P.
Anche dopo le modifiche richieste, però, LimeWire
 non risultava sufficientemente "casto"in materia di infrazione di copyright per andare a genio al portale sociale. Il produttori del software sono stati contattati di nuovo da Facebook, ma questa volta "non tanto per una richiesta di modifica quanto con un avviso che avrebbero disabilitato la funzionalità" confermaJason Herskowit di LimeWire.
"Piuttosto che lasciare gli utenti con una versione malfunzionante di LimeWire - continua Herskowit - abbiamo deciso di disabilitare la funzionalità prima che lo facessero loro. Come avido utente sia di Facebook che di LimeWire, sono deluso come chiunque altro dalla cosa". È "increscioso", dice ancora Herskowit, che due servizi che in teoria condividerebbero la stessa vocazione di "luogo per connettersi e condividere" non riescano a dialogare sullo stesso piano.
LimeWire desidererebbe lavorare assieme a Facebook per ripristinare la funzionalità di condivisione, ma vista la ferma volontà di quest'ultima di
 non sporcarsi le mani con attività che possano prevedere (anche solo in teoria) l'infrazione del diritto d'autore - così come venne espressa all'epoca del blocco (attualmente bypassato) di The Pirate Bay - è a dir poco improbabile che questo ipotetico dialogo tra pari possa concretizzarsi in tempi brevi.

mercoledì 16 settembre 2009

Lars Ulrich dei Metallica orgoglioso per la chiusura di Napster

Lars Ulrich

Tutto ebbe inizio nel 2000, quando i Metallica scoprirono che il singolo "I disappear", realizzato per la colonna sonora del film "Mission: Impossible II", era stato messo in condivisione dagli utenti di Napster, prima ancora del suo arrivo nei negozi e, ovviamente, senza autorizzazione.Da allora un'aspra e intensa battaglia legale scandita a suon di denunce e richieste di risarcimento, fino a quando il pioniere dei client P2P non si è visto costretto a gettare la spugna, rivedendo il proprio assetto a tutela del diritto d'autore.A quasi una decade di distanza torna a parlarne Lars Ulrich, batterista dell'heavy metal band californiana, dichiarandosi entusiasta di aver contribuito alla morte di Napster.

Io e il resto della band siamo stati etichettati come luddisti, contrari all'introduzione di nuove tecnologie.

In realtà continuiamo a essere convinti delle nostre azioni e fieri di averle portate avanti, contribuendo in modo significativo alla chiusura di Napster.

Eppure, in occasione del rilascio dell'ultimo album in studio "Death Magnetic", proprio Ulrich sembrava finalmente aver abbracciato la filosofia della libera circolazione dei contenuti, dichiarando di aver provato a scaricare il disco per mezzo di un non meglio specificato client.In realtà, una buona parte della community P2P sarà d'accordo con il musicista, in quanto l'abbandono di Napster ha favorito, negli anni successivi, la nascita di tecnologie alternative e talvolta anche più efficaci.